La modernità di ‘Casa di bambola’ in scena all’Alfieri

Nuovo appuntamento con la prosa per il Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana. Domenica (4 febbraio) alle 21 andrà in scena Casa di bambola, celebre dramma del norvegese Henrik Ibsen scritto nel 1879 che, ancora oggi, sa stupire per la sua straordinaria modernità. Il testo è riletto dalla regia di Roberto Valerio e vede l’interpretazione di Valeria Sperli nei panni di Nora, la protagonista, e di Dario Nigrelli. 

Un’opera che sa mettere in luce fini complessità psicologiche. Nora è sposata da otto anni con l’avvocato Torvald Helmer, che la tratta (e la pensa) come se fosse un grazioso e vivace animale domestico. La donna riesce anche ad apparire felice in questa gabbia famigliare, almeno fino a quando non rimane coinvolta in un ricatto da cui difendersi: inizia così a ricercare la sua vera identità, per “scoprire chi ha ragione, io o la società”. Casa di bambola (1879) è un testo complesso e seducente che restituisce molteplici e potenti suggestioni.  Si legge nelle note di regia: “È l’intreccio dialettico di una crisi, di una transizione, di un passaggio, di un percorso evolutivo; è il ritratto espressionista (L’urlo di Munch è del 1893) di un disperato anelito alla libertà che crea però angoscia e smarrimento. I personaggi si muovono in uno spazio scenografico spoglio ed essenziale, sghembo, caricaturale, oscillando tra il sogno e la veglia, tra la verità e la menzogna, tra il desiderio e la necessità. Uno spazio onirico che trasfigura la realtà in miraggio, delirio, allucinazione, incubo. Una scena stilizzata per raccontare al meglio un desolante deserto relazionale ed esistenziale popolato non da volti ma da maschere che si apprestano a inscenare un dramma della finzione. I protagonisti sono entrambi vittime della loro incapacità di comunicare realmente, entrambi intrappolati in ruoli che si sono vicendevolmente assegnati: lei consapevolmente confusa, lui ignaro e sentimentalmente analfabeta. Alberga in Nora la consapevolezza repressa di essere stata costretta dal padre e dal marito a vivere nel sortilegio dell’infantilismo e dell’inettitudine. Ma quell’embrionale pallido incosciente rancore svanisce di fronte all’ideale di perfezione a cui ha ancorato l’immagine di Helmer; e così, la relazione tra i due è viziata dalla reificazione e dall’abuso, percepibile nel sottile confine che separa l’oltraggio dal gioco, l’acquiescenza dalla complicità, l’oppressione dalla devozione. Nora forse non possiede gli strumenti per sottrarsi ai vincoli che la tengono in scacco e le impediscono di evolvere come individuo pienamente cosciente, autonomo, capace attraverso le armi della critica di esercitare pienamente il proprio libero pensiero e incamminarsi sulla strada che conduce all’autodeterminazione”.

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