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Laura Curino parte da Castelnuovo per raccontare la storia di Artemisia Gentileschi foto

La regista Consuelo Barilari sta provando in questi giorni al teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana con Laura Curino. La grande narratrice torinese si prepara al debutto napoletano (Campania Teatro Festival – 6 e 7 luglio) e Romano (I solisti del Teatro 10 luglio) sul palco del bellissimo teatro toscano. La produzione Schegge di Mediterraneo – la stessa che sta organizzando il GraalCultFest in Alta Garfagnana – porterà in tournée Artemisia Caterina Ipazia e le altre, un testo scritto e interpretato da Laura Curino, insieme alla drammaturga Patrizia Monaco.

Il progetto, ideato da Consuelo Barilari, che ne cura anche la regia, è nato a Genova alla fine del 2019 nel laboratorio di scrittura collettiva Raggi X, all’interno del Festival dell’Eccellenza al Femminile. Bruscamente interrotto dalla pandemia – proprio mentre partiva la mostra di Artemisia Gentileschi alla National Gallery di Londra, con cui la compagnia aveva già stabilito un contatto – il progetto continua il suo percorso negli stessi giorni in cui, su iniziativa dello storico libanese Gregory Buckhakjian, si discute l’attribuzione alla pittrice italiana di due dipinti della magnifica collezione del Sursock Palace di Beirut, danneggiati nella terribile esplosione della scorsa estate.

Lo spettacolo multimediale – realizzato con l’impianto scenico di Federico Valente, la videografica di Sara Monteverde, il video mapping di Gianluca De Pasquale e i costumi di Francesca Parodi – approda ora sui palcoscenici di due città fondamentali nella biografia dell’artista, che a Roma nacque e a Napoli visse e morì, lasciando nella capitale partenopea alcuni dei suoi più famosi capolavori: non solo la celeberrima Giuditta che decapita Oloferne e l’Annunciazione (Museo di Capodimonte) ma anche Sansone e Dalila (Palazzo Zevallos), l’Adorazione dei Magi, i Santi Procolo e Nicea o San Gennaro nell’anfiteatro (Pozzuoli), fino alla Maddalena penitente esposta a Sorrento (Museo Correale di Terranova).

In questa narrazione, la biografia di Artemisia Gentileschi si intreccia a quella di diversi personaggi femminili, evocati dalla radiografia del celebre dipinto che la ‘pittora’ ha dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, figura leggendaria di ribelle ‘sapiente’ e martire cristiana che molti sovrappongono a quella di un’altra alessandrina: la filosofa pagana Ipazia, uccisa dai cristiani seguici di Cirillo. È stata Cecilia Frosini, restauratrice dell’Opificio delle Pietre Dure, con il collega Roberto Bellucci a scoprire – grazie all’utilizzo di raggi ultravioletti, infrarossi e X – che la “Santa Caterina d’Alessandria” di Artemisia Gentileschi (1593-1654), potrebbe essere un ‘mash up’ tra l’autoritratto della celebre pittrice e quello di Caterina, figlia del Granduca Ferdinando de’ Medici. “Questa finestra sull’Arte al femminile fu diffusa nei giorni più importanti per la gestazione del nostro progetto, suggerendoci l’impugnatura del lavoro – dichiara Consuelo Barilari –. È così che ha iniziato a prendere forma l’elaborato In nome di Santa Caterina. In questa radiografia abbiamo visto la possibilità di un altro ‘doppio’ metaforico: quello tra Santa Caterina e Ipazia, figura fondamentale entrata nella nostra narrazione. Ipazia appare come l’alter ego, il lato oscuro di Caterina. Anche lei martirizzata nella stessa città e forse nello stesso periodo, ma persa nella damnatio memoriae”.

A collegare volti e storie, c’è il racconto ironico, tagliente e spesso comico di Laura Curino. Grazie alla sua interpretazione, sul palco rivivono il dolore e la forza di tante donne che con le loro parole e i loro ritratti accompagnano idealmente il viaggio rivoluzionario di Artemisia: da Lucrezia e Susanna alla potente Giuditta. I personaggi evocati si muovono nella dimensione narrativa tra arte e teatro per comporre una suggestiva scenografia di grandi video-proiezioni a più̀ livelli. Sulla scena, scorrono, appaiono sorprendendoci, vibrano, si frammentano e si alternano le immagini delle opere di Artemisia, insieme a quelle dei suoi maestri e contemporanei: il padre Orazio, e poi Caravaggio, Raffaello, Filippo Lippi, Francesco Botticini, il Guercino e lo stesso Agostino Tassi, l’uomo che abusò di lei non ancora diciottenne.

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