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Riaperture e vaccini, questione di scelte. Ma la politica ha perso

Giusto tornare gradualmente alla normalità e senza altre sospensioni. Ma non è cambiato granché rispetto ai mesi scorsi

Riaprire tutto, al più presto e in sicurezza.

Ormai è chiaro: da maggio, forse anche prima, si ritornerà alla normalità, o quasi. Ristoranti, bar, palestre, piscine, cinema, teatri torneranno alla loro attività fra distanziamenti, mascherine e norme da seguire per contenere la diffusione della pandemia.

Nel frattempo cosa è successo? Quasi mulla.

I contagi da coronavirus si sono iniziati a diffondere nel nostro paese ormai 14 mesi fa e da allora sono iniziati i provvedimenti di chiusura e limitazione delle attività commerciali e lavorative. Come un’altalena i contagi non si sono mai arrestati, così come le morti legate al Covid soprattutto negli anziani. Gli ospedali si sono riempiti, le terapie intensive sono arrivate al limite e nel frattempo si è iniziata a rilento una campagna vaccinale dagli esiti incerti.

La curva, intanto, che si tenga aperto o si tenga chiuso, che si vaccini o no, non scende in maniera particolarmente netta se non, almeno finora, nei mesi estivi. E allora è chiaro che si deve comunque ripartire: con ristoranti, bar e negozi aperti, eventi e attività culturali. Stavolta senza possibilità di marcia indietro. 

Ed è giusto così, anche se una riflessione la meriterebbe la schizofrenia di una politica che anche meno di un mese fa lanciava grida d’allarme sulla necessità di chiusure rigide e mirate e adesso fa a gara a chi è disposto ad aprire di più. Ogni giorno qualche esponente è pronto ad aggiungere un tassello alle concessioni possibili: ristoranti all’aperto, poi al chiuso, musei, poi teatri e cinema, infine anche i grandi eventi all’aperto.

Giusto così, dicevo, ma lo dicevo anche circa un anno fa.

Coronavirus, riaprire tutto per evitare disparità di trattamento

Anche perché l’unico effetto di questa Italia a colori e a macchia di leopardo, fra giallo, arancione e rosso, fra asporto e consegna a domicilio, fra sotterfugi per andare in coppia al supermercato e birre acquistate al market da consumare in piazza è quello di creare una forte disparità di trattamento.

Non è giusto, infatti, che ci sia chi rispetta le regole e viene penalizzato, anche economicamente, magari tenendo chiuso sempre per evitare di incorrere in difficoltà o sanzioni e i “furbetti del marciapiede”, quelli per cui il caffè o il drink lo puoi pure consumare davanti al locale, basta che lo fai scendendo dal marciapiede di fronte. Quelli per cui se c’è qualcuno a consumare all’interno è sempre un caso o una svista. Quelli che sotto il gazebo c’è il maxischermo per vedere la partita. Quelli che appena c’è un aumento delle possibilità di azione e di spostamento fanno sempre il passo successivo per andare oltre. Quelli che sono le 18,30, che vuoi che sia se ho venduto una birra. Quelli che sono dentro a pulire il locale, in sette, con la birra in mano.

Siccome questo siamo e questo vogliamo essere, al netto delle legittime manifestazioni di protesta di chi ci mette la faccia e il portafoglio, affinché cambino le cose (non le paselfie con il bicchiere in mano) è giustissimo che si mettano tutti nella condizione di poter lavorare nelle stesse condizioni. E rispettando le regole, se regole ci devono essere.

Quella delle riaperture, d’altronde, è un po’ come la storia dei vaccini, a dimostrazione di come la politica negli anni Duemila sia fortemente condizionata dai commenti sui social network più che dalle evidenze della scienza o semplicemente del buon senso. Ci sono 90 eventi avversi al vaccino su 25 milioni di somministrazioni? Si cambia il protocollo, lasciando nel dubbio chi ha fatto la prima dose ed è a metà del guado. Monta la legittima protesta dei baristi e dei ristoratori? Si passa in poche ore dal massimo del rigorismo al ‘tana libera tutti’.

Si poteva, forse si doveva, avere il coraggio di farlo prima, allora. Perché nulla è cambiato, perché l’efficacia dei vaccini, questo è dimostrato per ora, è solo temporanea e servirà una campagna diffusa ogni sei mesi per poter garantire una vera immunizzazione delle popolazioni. Con l’incognita varianti che potrebbe cambiare l’intero quadro.

Bisognerebbe avere il coraggio, insomma, di dire che le misure adottate non hanno avuto l’effetto voluto. E che non resta altro da fare che tornare alla normalità e affrontare il virus quando arriva e con il progresso delle cure, per evitare casi gravi e morti. A quel punto servirà anche cambiare radicalmente la comunicazione intorno al virus: non più numeri quotidiani di contagiati e tamponi, ma solo quelli dei ricoveri e, nel caso, dei decessi.

E sì, dire che forse ha avuto ragione la Svezia. Anche se lo scopriremo solo in autunno.

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